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E’ passato natale, è passato capodanno…
Abbiamo lavorato molto. Poi la missione è finita, un po’ in anticipo rispetto al previsto per problemi tecnici.
La base mi mancherà. L’Ant*rtide mi mancherà.
Metto sotto una foto scattata l’ultimo giorno, in pieno white-out. Le macchine fotografiche hanno sempre problemi col bianco accecante della neve, ma in questo caso anche la visibilità a occhio nudo era di pochi metri appena. La causa è il vento, che tiene la neve polverizzata in sospensione, che a sua volta riflette la luce del sole. L’effetto è una specie di nebbia luminosa che avvolge tutto.
Il ritorno è stato rapido, prima con un volo di 6 ore verso la base italiana sulla costa, dove ho trascorso 2 giorni, rincontrando con piacere molte persone che conoscevo e vedendo per la prima volta lo stupendo scenario delle montagne transantartiche.
Poi una mattinata trascorsa nella vicina base americana, un vero e proprio pezzo d’america con i suoi militari, i suoi pick-up, il suo junk-food mangiato in una caffetteria costruita sopra il mare ghiacciato, e il volo sull’enorme aereo militare che in 5 ore ci ha portato in Nuova Zelanda.
La Nuova Zelanda era un’esplosione di colori, al culmine dell’estate australe. Avevo soltanto 3 giorni, senza nessuna pianificazione, con tutte le date sballate rispetto al programma, ma era troppo bella per non vederla almeno un po’. Così ho noleggiato una macchina per andare dalle parti del Monte Cook.
Lasciamo perdere il patema per dover guidare la prima volta a sinistra. Il primo giorno non ho visto nulla del paesaggio, solo la strada, continuando a forzarmi di tenere la sinistra. Il secondo giorno ho potuto vedere quanto era bella. Ma molto poco abitata. Come recita l’adagio: “nell’Isola del Sud ci sono le bellezze paesaggistiche, nell’Isola del Nord ci sono i neozelandesi”.
Ho dormito per due soldi in un paesino sperduto in un albergo che sembrava arrivare diretto dall’epoca vittoriana, talmente malandato che probabilmente non veniva ristrutturato da allora. La gente mi salutava per strada pur non conoscendomi, la camera non aveva la chiave, “tanto qui è un posto molto sicuro”.
Poi una notte in volo verso l’Australia, con accanto una ragazzina inglese alle soglie dell’adolescenza, che si rivolgeva a me con l’appellativo di “sir”.
All’aeroporto di Sydney avevano tutti finito le macchine piccole. L’AVIS me ne ha data una grossa al prezzo di una piccola. Mi sono ritrovato con quel macchinone in mezzo al traffico intenso di Sydney, sotto una pioggia battente, sempre a sinistra naturalmente. Ho ringraziato il cielo di essermi esercitato per 700 km in Nuova Zelanda.
Al momento sto a quota 1200 km per quanto riguarda l’Australia. Ho lasciato Sydney alla volta di Melbourne, con breve deviazione per vedere Canberra.
Questa parte fertile e temperata del Paese è stupenda, ma completamente disabitata. L’ovest degli Stati Uniti in confronto è sovraffollato. Si può guidare per 80 km di autostrada e non incontrare nessuna uscita, e non vedere nessuna casa. Considerando che non si tratta di un territorio desertico, è una cosa impressionante. Non ho mai visto niente del genere in vita mia. La presenza umana si intuisce dai recinti e dal bestiame che pascola, ma è noto che i ranch australiani sono i più grandi del mondo per estensione territoriale. Nel paesino in cui ho dormito (150 abitanti) erano tutti allevatori, riuniti al motel a bere la sera. Gentili, sempre pronti a chiederti come stai anche se non ti conoscono. Visto che questo è un continente noto per la tossicità dei suoi serpenti, gli ho chiesto se ce n’erano in giro. “Certo, c’è il brown snake”. Prima camminavi verso il torrente, là è pieno di quei serpenti. Ma lo devi proprio pestare perché ti morda”.
Mi si è gelato il sangue. La nostra vipera europea in confronto è una gran dilettante.
Gli alberghi di Melbourne erano completamente pieni per gli open di tennis, e i prezzi esorbitanti.
Peccato non averla vista, eccetto che per un giro in macchina in centro, perché è una bella città, la più europea dell’Australia. E’ anche la città degli italiani. Il mio cognome riempiva mezza colonna dell’elenco telefonico, pur non essendo un cognome meridionale.
In compenso ho percorso la bellissima Great Ocean Road, che consiglio a chiunque si trovi nel sud-est dell’Australia, con gli stupendi scorci sull’oceano australe e sulle foreste di eucalipti.
Oggi pomeriggio mi è capitato di vedere due canguri allo stato brado. Dal vero fanno una certa impressione, sono veramente il simbolo di una fauna "assurda" rispetto a quella degli altri continenti. Camminano (quando non saltellano) in un modo molto strano, come se fossero.... "sciancati".
Adesso mi aspetta il deserto. Probabilmente altri 3000 km prima di rientrare in quel parcheggio dell’aeroporto di Sydney e volare in Europa.
