
utente anonimo in Il malocchio è una ...
utente anonimo in La merd de la merd (...
utente anonimo in La merd de la merd (...
utente anonimo in La merd de la merd (...
utente anonimo in La merd de la merd (...
sagami in Sono tutti incidenti...
utente anonimo in Sono tutti incidenti...
utente anonimo in Sono tutti incidenti...
pyperita in Sono tutti incidenti...
mumita in Sono tutti incidenti...
Bigliame la sirena
Chiara la sognatrice
Dora in USA
Espiritukarma Romagna
Fulvia la giornalista
ilallallero la strega
Maria l'attrice
Maria Luisa Reds Falcheggianti
Mumita la norvegese
Nuria the Bee
Pyperita la donna di razza bianca
Scimmione Krugman
Stregatta la travagliata
Vitarosa la romana
Zucconi d'America
Siete passati di qua *loading* volte

oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
Questo viaggio in America era praticamente una sorta di gita scolastica estiva organizzata da un istituto per geometri. Era aperta a tutti gli interessati: alunni della scuola, ex-alunni, professori, e loro parenti o amici. Io sono andato con mio padre, preside della scuola.
Il giorno della partenza, mercoledì 20 luglio, ci siamo incontrati ad Arezzo da dove il pullman ci ha portati in circa tre ore e mezza a Fiumicino. Siamo arrivati già con un notevole anticipo rispetto all’orario previsto di partenza, per poi scoprire che il volo Delta non-stop per Atlanta era in ritardo di due ore. Dopo i controlli di rito, resi ancor più stringenti dalle leggi USA, abbiamo passato i metal detector. A mio padre, come sempre gli succede, gli ha suonato subito, non solo al primo, ma anche al secondo passaggio. E poi ore di attesa di fronte al gate, occasione in cui ho visto l’ex giocatore polacco Boniek seduto vicino alla mia poltroncina.
Finalmente alle 15.15 ci hanno imbarcati. Io avevo chiesto espressamente il finestrino, per cui mi hanno messo da tutt’altra parte rispetto ai compagni di viaggio. Si è seduto accanto a me un ragazzo che non mi ha neanche guardato in faccia né ha spiccicato parola (e così ha continuato a fare per tutte le 11 ore del volo). Come l’ho visto arrivare ho pensato immediatamente “tipico americano”. Lo era sia nel modo di fare, di camminare, sia nei tratti somatici. Soltanto poco prima del decollo, quando lo stewart è passato con i giornali, il tipico ragazzo americano ha detto: “ahò scusi, che mme po’ dda er messaggero?”. Comunque, americano o romano non è che faccia molta differenza, perché è stato mummia tutto il tempo.
Poi siamo partiti, con io nervosissimo come sempre nel vedere quanto è corta la pista di Fiumicino. Mentre il capitano parlava in modo totalmente incomprensibile da degli altoparlanti che erano peggio del citofono di casa mia, l’aereo ha volato sul tirreno, entrando di nuovo sopra la terra a Nizza. Da quel punto in poi abbiamo tagliato diagonalmente tutta la Francia, con un cielo strepitosamente azzurro e pulito. Abbiamo costeggiato poi le coste della Bretagna, per poi dirigerci in aperto oceano atlantico (la prima volta che vedevo l’oceano). Negli schermi appariva la cartina geografica con la traccia e la posizione attuale dell’aereo, quando il tutto non veniva interrotto da film o cartoni animati. Ho potuto così sapere che volavamo qualche centinaio di km sotto la costa meridionale dell’Irlanda, in una rotta ortodromica che è salita fino quasi a farci sfiorare la Groenlandia. Purtroppo come abbiamo lasciato l'Europa il cielo si è coperto completamente e non ci è stato possibile vedere l’oceano sotto. Quel che è peggio è che è rimasto così anche dopo, quindi mentre lo schermo diceva che volavamo finalmente sopra l’America (sopra l’isola canadese di Terranova per la precisione), noi vedevamo solo una compatta coltre di nubi bianche. Ed è stato così anche per Halifax, il Quebec, il Maine. Persino anche quando abbiamo saputo di volare esattamente sopra la città di Boston, l’ultimo spezzone di terra che avevamo visto prima delle nuvole era ancora la europeissima Bretagna.
Ma poco dopo il cielo si è aperto mostrandoci le pianure del Connecticut, con alle spalle le montagne non molto alte degli Appalacchi. Giorni dopo ho scoperto che coloro che erano seduti dalla parte sinistra dell’aereo hanno visto nientemeno che New York in tutto il suo splendore. Mi hanno raccontato che era perfetta per le foto, né troppo lontana né troppo vicina. Purtroppo al momento non avevo ancora fatto conoscenza praticamente di nessuno, quindi non mi hanno avvertito. Dopo un altro paio d’ore, quando ormai la mia resistenza, ma penso anche quella degli altri, era messa a dura prova dalla durata del volo che si protraeva da più di 10 ore, costretti com’eravamo in quello spazio angusto, siamo arrivati in vista della nostra destinazione finale di Atlanta in Georgia, la città della Coca Cola e della CNN, nel profondo sud degli Stati Uniti. Tuttavia ci hanno informato che sopra quello che è l’aeroporto in assoluto più trafficato del mondo (più di un milione di passeggeri alla settimana) era in corso una tempesta sub-tropicale, e decine di aerei compreso il nostro erano costretti a girare in tondo aspettando che finisse. A me non è dispiaciuto più di tanto, perché ho notato che a quelle latitudini le nuvole non erano più bianche ma grigie semitrasparenti, e, complice anche la diminuzione di quota, lasciavano vedere e fotografare lo splendido paesaggio acquitrinoso della Sud Carolina. Non è durata neanche molto, e alle 8 di sera (quando a casa erano le 2 del mattino) l’aereo ha toccato terra. In quell’aeroporto i velivoli decollano e atterrano continuamente uno dopo l’altro su 4 piste parallele, quindi mentre il nostro frenava energicamente, un jumbo sulla pista accanto al decollo ci ha investito con la sua scia facendoci ondeggiare, spaventando soprattutto quelli seduti al finestrino, che si sono visti una bestia del genere passare a raso a più di 300 all’ora. Se non altro la cosa ha sortito l’effetto positivo di far proferire parola alla mummia, che ha detto: “Ahò!!!”.
In quei 5 minuti fra l’attracco al gate e il disembarco, cotale mummia ha parlato più che durante tutto il volo, spiegandomi di essere figlio di americani (ecco spiegati i tratti somatici) ma di aver vissuto sempre a Roma, e di essere venuto portandosi il passaporto americano invece di quello italiano, e che presto avrei capito perché aveva fatto così. Credo che l’abbiamo capito tutti rapidamente: un’ora e mezzo di fila all’immigrazione (ma immigrazione poi perché? Non eravamo forse turisti?), mentre lui se l’è filata rapidamente per la corsia preferenziale riservata ai cittadini americani. Non vi dico il godimento al ritorno a Roma, quando siamo passati alla svelta sotto la scritta “cittadini dell’unione europea”, mentre gli americani sono rimasti ingolfati in una fila chilometrica, con noi che gli gridavamo “please, show your passports to immigration” mentre ce ne andavamo.
Anche perché in quell’ora e mezza in cui siamo stati in piedi ad Atlanta, dagli altoparlanti non hanno fatto altro che martellarci con la storia che dovevamo avere i passaporti pronti ben in mano. Io sono riuscito pure a scegliere il doganiere più lento della storia, un signore di colore grosso come un armadio che parlava con un forte accento del sud velocissimo e quasi incomprensibile. Fortuna che subito prima di me c’era una coppia di professori della scuola che non spiccicava una parola di inglese, così è stata chiamata l’interprete di italiano, che poi è rimasta lì.
Insomma, a me come a tutti gli altri ha preso l’impronta digitale dell’indice sinistro e di quello destro, mi ha fatto la foto segnaletica, e ricoperto di domande inquisitorie:
“che lavoro fa?”
“ingegnere” (ho tralasciato di dire ‘disoccupato’)
“che tipo di ingegnere?”
“elettronico”
..................
..................
“è la prima volta che viene negli Stati Uniti?”
“Sì”
“non le credo”
“come non mi crede?”
“lei parla troppo bene inglese per non essere già stato qui”
ho pensato: “o coglione, non ho capito la metà di quello che mi hai detto e mi dici che parlo bene inglese?”
ho risposto: “esiste anche l’Inghilterra, e poi guardo sempre i film in lingua originale, e la CNN, che se non sbaglio è proprio di qui, di Atlanta” .
Lui allora ha abbandonato l’aria inquisitoria, è scoppiato rumorosamente a ridere e ha detto: “se esce dall’aeroporto è proprio in fondo alla strada!”. “Vada pure!”
L’aeroporto di Atlanta è immenso, e siamo dovuti correre fra una terminal e l’altro per cercare di prendere posto in aerei successivi, ma uno dopo l’altro li abbiamo persi tutti, uno addirittura perché mancavano solo tre posti, ma abbiamo preferito rimanere insieme invece che lasciare tre persone ad Atlanta. Io ho visto pure apparire il mio nome sui monitor ad indicare che ero uno di quelli automaticamente riposizionati sul nuovo volo, e per un attimo sono stato tentato di imbarcarmi! In ogni caso, a forza di cercare un volo poi non trovato, abbiamo finito per perdere anche l’hotel che la Delta ci aveva messo a disposizione: l’ultimo autobus era appena partito quando ce l’hanno detto. Ci hanno spedito quindi a un albergo nel centro della città, ma saremmo dovuti andare da soli, e la metropolitana aveva appena fatto l’ultima corsa. Insomma, avrete capito come è andata a finire: abbiamo dormito in terra nel terminal A. Mettendoci anche il fuso orario sballato non è che ci siamo riposati molto.
La mattina dopo, quando saremmo dovuti essere alla Nasa a Cape Canaveral in Florida, eravamo ancora ad Atlanta. Verso metà mattinata finalmente un aereo aveva i 40 posti per noi, e siamo partiti per la Florida, atterrando ad Orlando, uno degli aeroporti più belli d’America.
Recuperate le valigie che erano volate da sole su un altro aereo la notte precedente, siamo usciti fuori, dove l’aria condizionata non c’era. E non credo d'aver mai sentito così caldo in vita mia. In realtà ci hanno detto che c’erano solo 30 gradi, ma sembravano 50, data l’umidità vicina al 100%. Per tutti i giorni della nostra permanenza in Florida ci è sembrato di respirare acqua. Ma a me personalmente è servito a sopportare meglio le temperature di qua al ritorno. Da due giorni che sono a casa, e credo di non aver mai sudato ancora.
(continua)
Ciao a tutti ragazzi, ho letto i messaggi che mi avete lasciato nel post precedente.
Mi è dispiaciuto molto non poter postare il resoconto delle cose che ho visto in tempo reale, ci ho pensato tante volte, ma purtroppo davvero non c'è stata possibilità di collegarsi a internet.... avete presente quei viaggi straorganizzati in cui o si è in albergo o si è a vedere qualcosa? (in america poi se non hai la macchina sei tagliato fuori da tutto). Gli unici internet point che ho trovato erano in aeroporto e funzionavano solo con carta di credito (che io ovviamente non ho!)
Il viaggio è stato bellissimo nei contenuti, anche se io per carattere mal sopporto la tipologia del viaggio organizzato in sé, e tutta la mancanza di libertà che ne deriva. Sapevo questo dal principio, e avevo deciso di andare lo stesso sopportando la frustrazione fin dall'inizio, proprio perché ci tenevo molto a vedere le cose che poi abbiamo visto. Devo dire che ne è valsa la pena!
Siamo atterrati a fiumicino oggi a pranzo dopo una nottata passata in volo sull'oceano. Possibile anche che stanotte non dorma, essendo probabilmente ancora sul fuso orario di Houston, cioè 7 ore indietro.
Nei prossimi giorni racconterò un po' quello che ho visto, anche se ripeto, se avessi avuto la possibilità di farlo durante il viaggio avrei potuto metterci molti più particolari.
Un saluto particolare a quelli che mi hanno lasciato messaggi anche quando ormai era evidente che per tutto il viaggio non avrei scritto sul blog :)
P.S.: Se avete visto in TV il lancio dello shuttle da cape canaveral di martedi scorso..... ebbene sì, c'ero!

Ok, ormai ci siamo quasi.
La casa è stata pulita come uno specchio. Rimangono solo pochissimi acquisti da fare, domani, e il telefonino da ricaricare. Infine fare la valigia, che forse farò stasera, se ne avrò voglia...
Martedì pomeriggio o al massimo la sera prenderò la macchina per andare a casa dai miei. Mercoledì mattina alle sei mi recherò ad Arezzo, dove ci sarà l’autobus per Fiumicino.
All’una del pomeriggio si vola. 
P.S.: Spero che negli alberghi in cui starò ci saranno le postazioni internet, così potrò postare i resoconti di quello che vedrò giorno per giorno. Ma potrebbero anche non esserci, ed in quel caso temo che dopo di questo scriverò un paio di post al massimo e poi il silenzio per una decina di giorni! 

Dicevano questo ieri ne “la valigia dei sogni”, presentando il film “borotalco” (che peraltro io non ho mai visto), intendendo dire che i luoghi mostrati nei film non rispettano quasi mai la disposizione reale.
Questo mi fa tornare in mente un episodio di qualche anno fa, quando assistetti ad alcuni chak de la vita è bella di Benigni.
Ero andato ad Arezzo per altri motivi, quel pomeriggio d’estate del 1997. Passai nel mezzanino che collega il Corso Italia con via Guido Monaco (intitolata al monaco aretino inventore delle note musicali), di fronte al più famoso e secolare caffè della città. E c’era sto matto che camminava sotto al sole cocente tutto vestito in giacca e cappello tenendo per mano un bambino, in mezzo a gente vestita anni ’30 in bicicletta, che ad ogni “azioneeee” ripartiva dalla stessa posizione come in un moto perpetuo.
Scoprii mesi dopo che quella era la scena in cui il protagonista fa credere al figlio che la scritta sulla porta dei negozi “vietato l’ingresso agli ebrei” è solo un vezzo dei proprietari.
Al tempo si sapeva a malapena di cosa trattava la storia del film, e non si immaginava certo il successo che avrebbe avuto.
Esattamente sei mesi dopo sono andato a vederlo al cinema. Non avevo idea che alcune scene fossero state girate a Cortona. Più precisamente proprio nella prima, quella in cui si rompono i freni della macchina, mi vedo apparire la zona in fondo ai giardini pubblici, dove da piccolo ero andato spesso a fumare con gli amici e un paio di volte a pomiciare con una mia amica.
Alcune scene dopo, quando lui gironzola in bicicletta per la città, corteggiando la ragazza, quella è senza dubbio Arezzo, in Piazza Grande. La insegue poi in altri scorci sempre di Arezzo, passando però anche in posti mai visti: mi dicono che hanno girato anche a Montevarchi, e probabilmente ad essa appartenevano questi ultimi.
Ma la parte più bella è quando si trovano dentro al teatro. Quello è il teatro di Cortona. Salgono in macchina e parlano per meno di un minuto, mentre lui guida. Ad un certo punto la macchina finisce su degli scalini, l’immagine si allarga e si vede che si trovano di fronte al duomo di Arezzo, 35 km più a nord. :))
Immagino che tutti i film siano così per coloro che abitano nelle zone in cui sono state fatte le riprese: un improbabile puzzle.
Per finire, venni a sapere dai coinquilini ternani che le scene del campo di concentramento erano state girate tutte poco fuori Terni, in un ex stabilimento sulla strada che porta alle cascate delle Marmore, convertito da Benigni nei suoi Studios personali. Per quel che ne so, continua ancora adesso a girare lì gli interni dei suoi film.
Ah già, un piccolo particolare che ho tralasciato di dire: ma quanto è bello questo film...
P.S.: Qualche giorno fa il blog ha raggiunto le 10.000 visite (è anche vero che molti accessi sono i miei!). Quando l’ho aperto non avrei nemmeno pensato di arrivarci mai. Grazie di avermi letto così tanto in questi mesi :)
A differenza del film del 1953, non si sa da dove vengano gli alieni, non sono dei goffissimi pupazzi rossi che emettono suoni tipo oca spaventata e che scappano appena vedono un uomo. Sono scuri, agilissimi, e parlano con suoni minacciosi.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che questo film fa davvero paura. Evidentemente c’è il tocco di Spielberg, che non solo ha realizzato un gran bel film con effetti speciali a livelli stellari, ma che soprattutto non si è inchinato al cliché che sembra volere la maggior parte delle pellicole di questo tipo fatte con lo stampino. Non c’è l’eroe che, o per pura fortuna, ma molto più spesso per coraggio e facoltà che se non sono sovraumani poco ci manca (e in questo ruolo Tom Cruise è stato ampiamente calato in passato) sconfigge da solo una potenza straniera.
Anche perché sarebbe stato impossibile, visto l’inarrivabile livello tecnologico degli alieni. Alieni che combinano le macchine e la biotecnologia, che scatenano tempeste e fulmini per fondere i motori delle automobili, e che sbucano da sottoterra con i loro terrificanti tripodi, macchine tanto grandi e micidiali quanto agili come un felino (immaginate un palazzo di 10 piani che spicca un salto da leopardo per raggiungere un indifeso Tom Cruise: succede anche questo). Una delle cose belle del film è appunto questa: il protagonista, e tutti gli altri, sono completamente in balia dello sterminio messo in atto improvvisamente dagli alieni. Sono solo umani alle prese di qualcosa enormemente più grande di loro. Non possono far altro che scappare nella remota speranza di salvarsi la vita.
Un attimo prima c’è il sole ed una giornata come tutte le altre. Pochi minuti dopo i tripodi sono sbucati dalla terra e hanno cominciato a disintegrare le persone per strada. I capelli bianchi del povero Cruise che si vedono nel trailer in realtà non sono diventati così in seguito allo stress, ma sono semplicemente coperti dalla polvere in cui sono state ridotte persone che scappavano accanto a lui.
E’ questo un altro aspetto terrorizzante del film: si scopre che le macchine in questione erano sepolte sotto i nostri piedi da molto tempo, il che lascia immaginare da quanto fosse pianificata l’invasione.
Invasione che non si limita allo sterminio degli uomini. Inizia contemporaneamente il processo di trasformazione biologica della Terra in un altro pianeta. Dopo un intero giorno passato a nascondersi in cantina, la campagna che si presenta agli occhi dei protagonisti non ha più nulla di terrestre.
Indubbiamente nel fortissimo grip emotivo che ha questo film, il sonoro riveste un ruolo fondamentale. Da quando gli alieni sono sulla Terra l’aria è riempita di barriti disumani di bassissima frequenza che spezzano ulteriormente i nervi dei protagonisti, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Alla fine la scelta è stata fatta.
Forse per uscire dal labirinto dei possibili nomi è stato determinante l'aiuto del filo di...
ARIANNA